La particolare morfologia della Cava d’Ispica, a forma di gola, il tipo di roccia, la posizione naturalmente adatta alla difesa, la prossimità del mare, hanno contribuito a rendere questo luogo uno dei maggiori insediamenti rupestri della Sicilia. Ancora oggi, nonostante diverse ricerche da parte di studiosi, soprattutto italiani, non si conosce molto sulla cava. 


Il sito costituiva un luogo particolarmente adatto ad una popolazione primitiva in quanto offriva rilevanti difese naturali e risorse necessarie alla sopravvivenza.
Gran parte dei reperti archeologici provenienti dal Parco Archeologico e dalle aree di Modica, Ispica e dei comuni limitrofi sono conservati al Museo Civico “F. L. Belgiorno” di Modica, dove sono esposte anche antiche collezioni formate già alla fine del XIX secolo.


Fra i reperti preistorici più importanti, oltre a numerose ceramiche, lame ed accette di selce, coltelli di ossidiana e altri reperti in selce, si conserva il famoso osso a globuli di colore nero ritrovato presso la cosiddetta “tomba del principe” di contrada Baravitalla (Modica), appartenente ad una categoria di oggetti abbastanza rari rinvenuti in Sicilia, in Grecia e a in Asia Minore.


Difese naturali erano la vegetazione folta e fitta e il fiume che scorreva in fondo alla valle, guadabile in pochi punti e che divideva la Cava in due parti.
Esisteva poi uno sbarramento naturale costituito da un enorme blocco di roccia che chiudeva il passaggio in direzione dell’attuale cittadina di Ispica, a Sud della Cava. Successivamente gli abitanti aggiunsero delle vere e proprie opere di fortificazione descritte come una “muraglia megalitica Questa zona viene indicata infatti con il nome di “Barriera”. L’archeologo Pace afferma che le grotte della Cava Ispica sono da distribuire lungo un paio di millenni, anche se sono state “già tutte fantasiosamente attribuite a genti ed età antichissime”. 


Le più antiche sarebbero da attribuire ai Sicani, qui vissuti per molti secoli, attardati, perché isolati, nelle loro forme tradizionali anche durante l’età classica. Ma la maggior parte sono invece catacombe del primo cristianesimo, quali la “Grotta della Larderia”, abitazioni rupestri, santuari (Santa Maria e San Pancrati), successivi il VI secolo d.C.
I Siculi, invasa la Sicilia, si impadronirono degli insediamenti sicani della Cava Ispica e ne fondarono di nuovi formando nuovamente delle comunità che permasero fino al terremoto del 1693. 


Apparterrebbero a questo periodo le tombe a forno di “Scalaricotta”. Altri insediamenti imponenti dei Siculi furono le grotte vicine al Castello Sicano, la Capraria e i complessi abitativi di fronte al “Lavinaro”, composti da centinaia e centinaia di grotte a più piani intercomunicanti.
Con l’arrivo dei Greci alcune città furono conquistate, altre invece, tra cui l’abitato localizzato a Cava Ispica, rimasero indipendenti mantenendo comunque rapporti anche commerciali; fu lo stesso con i Romani di cui è rimasta ben poca traccia, confusa poi con la successiva presenza bizantina. 


Per sottrarsi alle persecuzioni, le popolazioni cristiane del luogo si rifugiarono nelle grotte della Cava dove scavarono piccoli luoghi di culto o riadattarono a tale scopo ambienti già esistenti, decorandoli con immagini sacre. Ne sono dimostrazione la chiesa rupestre di Santa Maria, la grotta di Sant’ Ilarione, la grotta “dei Santi”, la chiesa rupestre di S. Nicola e poi le catacombe come la “Larderia”, “U Campusantu”, la “Spezieria”.


Dopo il tremendo terremoto del 1693 gran parte della popolazione che abitava la parte Sud del sito si trasferì in una nuova città, denominata Spaccaforno, che solo nel 1936 mutò nome in Ispica. Da allora per la Cava iniziò un lungo periodo di abbandono.